70 anni fa, un Primo Maggio tra compagni (in campagna) e reliquie (in città).


Ieri, 1° Maggio, a Serra San Quirico la giornata non è stata un granché dal punto di vista meteorologico: le imponenti e minacciose nuvole bianche della mattina dopo poche ore hanno lasciato il posto ad un cielo grigio, triste e svogliato e a una pioggia pressoché incessante, mandando di fatto all’aria tutti i programmi di scampagnate a base di fave e pecorino, in pieno stile marchigiano.

Comunque, quando ancora il tempo reggeva, ci siamo ritrovati nella piccola chiesetta di Santa Maria delle Grazie, in contrada Forchiusa, circondati dal verde dei campi e dallo stupendo panorama che spaziava da una bellissima Serra San Quirico distesa ai piedi del monte all’intera valle dell’Esino. Come da tradizione, l’appuntamento di Forchiusa mette insieme un po’ di cose: dalla messa che dà il via al mese dedicato alla Madonna alla benedizione di campi e trattori, dal panino con la porchetta per mettere a tacere i brontolii della fame alla “palma” da infilare nelle croci fatte di canne che verranno poi piantate nei poderi per propiziare raccolti abbondanti e protezione contro temporali e grandine.

ForchiusaBenedizione

La benedizione finale fuori dalla chiesetta.

E, mentre ero lì, la sensazione era, come dire, agrodolce (con una certa tendenza predominante delle note amare), perché era evidente che ci si trovava di fronte a qualcosa che era solo il pallido riflesso di quello che era un tempo. E non era solo perché eravamo giusto una cinquantina di persone mal contate, mettendoci dentro anche i bambini e l’unico trattore parcheggiato fuori, o perché una volta lì, nel pomeriggio di tanti anni fa, ci si fermava a giocar con la pentolaccia o si alzava l’albero della cuccagna, lo si ungeva di pece, gli si metteva in cima un prosciutto o una lonza e il resto veniva da sé.
E’ che – pensavo – una volta le tradizioni come quelle erano molto più sentite, perché una volta c’era la cultura contadina e c’erano i lavoratori. Una volta c’era anche il lavoro, almeno secondo un’accezione che, volenti o nolenti, da qualche tempo non è sicuramente più la stessa.
E le parole del neo arrivato Don Policarpo, che invitavano gli sparuti serrani presenti del 2016 ad una maggiore armonia, all’evangelico amarsi l’un l’altro, avevano un non so che di evocativo, come se venissero fuori dal tempo, fuori da questo nostro tempo. E mentre guardavo i vecchi ex-voto appesi attorno all’altare sgretolato dall’umidità e dall’oblio, scrutando le espressioni dei santi affrescati attorno all’immagine mariana, facendo finta di non sentire i vari cellulari che immancabilmente, durante la messa, si mettevano a trillare, pensavo a come poteva essere un tempo quel posto, quella festa, quella Serra…

ForchiusaInterno

San Francesco Saverio (in alto) e San Girolamo (con il suo fedele leone) assistono apparentemente annoiati al Primo Maggio serrano all’interno della Chiesa di S. Maria delle Grazie, a Forchiusa…

Cominciamo dal principio.

LA FESTA DEI LAVORATORI…

La Festa dei Lavoratori, giusto per chi non lo sapesse, ha una lunga tradizione. La sua origine è da far risalire addirittura alla seconda metà dell’ottocento e alle battaglie operaie che, in quegli anni, il movimento sindacale, socialista ed anarchico statunitense combatteva per ottenere un orario di lavoro quotidiano di 8 ore. Eh sì, perché a quel tempo gli operai lavoravano anche 16 ore al giorno e in pessime condizioni; il che, spesso, diveniva fatalmente causa di morte. Ed era proprio un 1° maggio, quello del 1886, quando venne indetto uno sciopero generale in tutti gli Stati Uniti. La dura protesta culminò il 4 maggio, quando a Chicago, nella piazza di Haymarket, si arrivò a un drammatico e sanguinoso epilogo: uno sconosciuto lanciò una bomba su un gruppo di poliziotti, uccidendone uno istantaneamente, mentre altri sette vennero falciati dal fuoco amico, così come quattro civili, nel caos che venne a scatenarsi. Il processo che ne seguì si concluse con la condanna a morte di otto anarchici di origine tedesca, che successivamente vennero riconosciuti innocenti. Tre anni dopo, a Parigi, durante il congresso della Seconda Internazionale, si lanciò l’idea di istituire proprio ogni 1° maggio un giorno dedicato alle rivendicazioni e alle lotte degli operai. Nonostante la risposta repressiva di molti governi, l’iniziativa registrò fin da subito un’altissima adesione e ancora oggi il Primo Maggio è festa nazionale in molti Paesi (ma non negli Stati Uniti). In Italia, sotto il fascismo, il Primo Maggio venne abolito nel 1923 e la festa dei lavoratori confluì nel 21 aprile, leggendaria data di fondazione di Roma, ma nel 1945 la Festa ritornò al 1° maggio e, dal 1947, divenne ufficialmente festa nazionale. Nel 1955 papa Pio XII istituì la festa di San Giuseppe Lavoratore, affinché le celebrazioni potessero essere fatte proprie anche dai lavoratori cattolici.

Ed è proprio in quegli anni che ora vi vorrei portare, tra la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio del boom economico e della rinascita dell’Italia, offrendovi seppur per qualche minuto un’alternativa a tutto il cerimoniale che puntualmente ci viene riproposto ai nostri giorni e per cui abbiamo già tutti da tempo fatto il callo, pieno di concertoni e discorsi retorici, lavoratori senza lavoro, polemiche di facciata e invettive anti-retoriche che finiscono per essere retoriche anch’esse.

Il fatto è che in quei tempi quando “si stava meglio quando si stava peggio”, tutta quella armonia a cui oggi aneliamo, come se effettivamente prima si andasse tutti d’amore e d’accordo, a legger tra i ricordi di Don Armando Cruciani, parroco di San Quirico dal 1942 al 1955, non è che ce ne fosse proprio tanta, intendiamoci.

1° Maggio 1947 – Abbiamo incominciato il Mese Mariano. In chiesa molta gente, sia alla funzione del Mese, sia alla festa delle Reliquie a Santa Lucia. I “lavoratori” hanno solennizzato questa loro festa con una gita al Castello Vallemani. Vino, panini imbottiti, danze all’aperto e discorsi di alta politica! Ma con tutto quel vino i discorsi si fanno male e si ascoltano peggio. Il più orgiastico è stato quello del vecchio anarchico ottantaduenne Lucarini Francesco, il quale per potersi scagliare contro gli uomini di governo, ha tirato un’amara rampogna a quei “cristiani” che un anno fa, avevano votato per la D.C., per la “paura dell’Aldilà”. Le assurdità e le eresie del vecchio scalpellino hanno durato per molto tempo, sottolineate da evviva ed applausi. Anche quando ha messo in dubbio l’esistenza del Paradiso, i presenti hanno freneticamente dimostrato la loro comunità di idee e di fede. I pochi elementi di idea cristiana che si trovavano presenti non hanno avuto – come al solito – il coraggio cristiano di prendere la parola per chiarire le posizioni. Così il male e l’errore di fanno strada, perché i figli della luce si lasciano vincere anche nelle parole dai figli delle tenebre.

Non penso che ci sia bisogno di particolari commenti. Mi soffermo giusto per poche righe su un paio di riferimenti presenti nel commento di Don Armando e che meritano qui di essere chiariti e contestualizzati.

… E LA FESTA DELLE RELIQUIE

Ebbene sì, una volta, il Primo Maggio, nella chiesa di Santa Lucia vi era la “Festa delle Reliquie”! Si trattava di un retaggio di un’antica memoria, che all’epoca si celebrava nelle chiese di molte diocesi (ora molto poche) e in cui si ricordavano i santi le cui reliquie erano ivi conservate. In quell’occasione, venivano esposti tutti i reliquiari sull’altare maggiore e la liturgia veniva celebrata con i paramenti rossi.
Beh, quando oggi mi capita di accompagnare un gruppo di turisti a visitare la bellissima chiesa barocca un tempo dei Silvestrini e concludo il giro all’interno della sacrestia, aprendo gli armadi e facendo vedere parte dei reliquiari lì conservati, mi prende lo sconforto. Oggetti d’arte antichi, simboli che un tempo avevano un giorno solenne a loro dedicato, oggi ridotti oramai in uno stato pietoso, quasi tutti in condizioni di conservazione pessime, molti danneggiati e alcuni addirittura con la reliquia trafugata, senza contare quelli che nel corso degli anni sono stati sottratti senza che neanche qualcuno se ne accorgesse, nella più completa e desolante indifferenza (come è successo da ultimo con la reliquia dei Santi Patroni Quirico e Giulitta).
Eppure quei turisti, immancabilmente, malgrado tutto, restano sempre a bocca aperta, affascinati, e mi chiedono perché non valorizziamo quel patrimonio in uno spazio espositivo. E me lo chiedo anch’io insieme a loro.

Reliquie

Una parte dei reliquiari (ancora) conservati nella chiesa di Santa Lucia.

IL VECCHIO DINOSAURO MAZZINIANO

Mi sembra inoltre doveroso spendere due parole anche per il vecchio Lucarini che fu, tra le altre cose, uno dei protagonisti, insieme al figlio Goffredo, delle vicende della celebre Settimana Rossa del 1914 a Serra San Quirico. Qui, nei ricordi del Primo Maggio del 1947, lo si descrive impietosamente come un eretico facinoroso; eppure, lo stesso Don Cruciani (seppur a firma anonima), pochi anni dopo, il 1° Settembre del 1952, gli rende onore, scrivendo su “Il Popolo” di una sua clamorosa conversione sul letto di morte.

Circa le ore sette di ieri mattina, spirava il vecchio mazziniano Lucarini Francesco, largamente noto come lavoratore indefesso, onestissimo, e come che seguì con ardente passione la vita politica italiana dalla sua prima giovinezza. Fu più volte consigliere e membro della Giunta Comunale nelle Amministrazioni precedenti il ventennio. (…) Non possiamo però non sottolineare, anche per disingannare tanti ingenui, la sua incomprensibile fossilizzazione in certe idee che Egli chiamava di “mazziniano storico”, ma che alla luce dei tempi, si debbono meglio definire di “primitivo preistorico”. Eppure, costretto a letto da una dolorosissima malattia, il mazziniano aveva accettato la visita del Sacerdote, seppur “soltanto come uomo”; ma la grazia lo attendeva proprio lì, con quel mezzo, con quella visita di un “uomo” la cui dignità non si nasconde e non si sdoppia. All’uomo-sacerdote, il vecchio feticista del Mazzini fece la sua confessione sacramentale, da lui ebbe l’assoluzione, accettò la penitenza, con lui disse l’atto di contrizione e si lasciarono, il sacerdote ed il mazziniano, ripetendo insieme “Gesù mio, misericordia”. (…) Avvenuto il decesso, i familiari e i partiti politici si affrettarono a notificare la morte attraverso manifesti murali. Nessuno pensò a compilare un manifesto degno del convertito. Anzi, tacendo con intenzione l’avvenuta conversione, i manifesti invitarono subito la popolazione per un “funerale civile”. (…) Senza un accenno di preghiera, senza un rintocco di campana, il vecchio lavoratore è andato laggiù sotto i cipressi, ad attendere con i credenti lo squillo angelico della resurrezione. I “preistorici” organizzatori del “funerale civile” saranno tornati a casa pensando ad una vittoria del laicismo; ma dal Cielo l’anima riconquistata di Francesco Lucarini farà capire che la vittoria è stata quella di Gesù.

IL PRIMO MAGGIO E’ FINITO, ANDATE IN PACE ?

Ma rituffiamoci nel Primo Maggio dei tempi che furono. Nel 1950 Don Armando Cruciani (che nel frattempo, per creare una sorta di contrappeso allo strapotere comunista tra contadini e operai serrani, aveva aperto a Serra una sezione dell’ACLI, Associazione Cristiana dei Lavoratori Italiani, voluta dalla Chiesa proprio con l’obiettivo di curare la formazione religiosa, morale e sociale dei lavoratori cristiani, contribuendo a salvaguardare la specificità e il patrimonio ideale del cattolicesimo sociale all’interno del movimento sindacale… insomma, a buon intenditor…), fa esplicito riferimento alla festa di Forchiusa.

1° Maggio 1950 – Anche quest’anno il mese mariano è stato fatto a Forchiusa e i contadini ci si sono messi di impegno malgrado i lavori stagionali. Hanno voluto anche quest’anno la “loro festa”, con due Messe. Sono stati accontentati e di ciò hanno preso atto con molta soddisfazione, dimostrata anche nella restaurazione della edicola che un giorno… potrà diventare anche Chiesa. Al pomeriggio, dopo la benedizione, hanno fatto anche un discreto programma di sani divertimenti ginnico-sportivi e già parlano di più ampio impegno per il prossimo anno. La Madonna così li saprà riconquistare, liberandoli dalle catene rosse che sembravano averli attanagliati.

Ma l’episodio forse più significativo e utile per capire in che tipo di clima si viveva a Serra San Quirico settant’anni fa, lo ritroviamo tra le pagine scritte un anno prima.

1° Maggio 1949 – A S. Lucia la tradizionale festa delle Reliquie è riuscita col solito concorso di popolo. Per il pomeriggio di oggi era atteso il passaggio della Immagine della Madonna che doveva andare da Apiro alla Vicaria di Murazzano. Un malaugurato contrattempo nell’orario ha causato un bel guaio! Il passaggio doveva essere per Serra alle ore 18. Si erano prese tutte le misure perché in quell’ora fossero finite le funzioni sia a S. Lucia che a S. Filippo; la gente era pronta sulla Piazza in numero veramente straordinario per rendere omaggio alla B.V.. Gli altoparlanti erano pronti per diffondere le parole di saluto di S.E. Mons. Arcivescovo e le preghiere e i canti dei fedeli. Intanto è venuta la pioggia e la gente ha dovuto rifugiarsi! L’Immagine, anziché alle 18, è arrivata alle 20: nelle due interminabili ore di attesa abbiamo ingannato il tempo pregando e cantando. Alle nostre voci di preghiera hanno incominciato dal balcone della “Casa del Popolo” a urlare le loro brutali canzoni! Se fosse stato tempo buono, se ne sarebbero andati in campagna ed avrebbero potuto sgolarsi a volontà: invece anche il tempo ci è venuto contro! Per una grazia speciale, hanno avuto il pudore di tacere per quei pochi minuti in cui la Madonna ha sostato in Piazza. Ma appena l’ultima macchina è partita, hanno riattaccato a voce spiegata e a tutto volume: passando dalla canzone alle parolacce, alle volgarità più luride, naturalmente promananti da bocche femminili.

CI FOSSERO, I NEMICI DI UNA VOLTA…

Ovviamente, questi brevi passi non vogliono rappresentare in modo esaustivo quello che era la Serra San Quirico di quei tempi, con le sue tante sfaccettature e complessità. Negli stessi anni, le frazioni al di là del fiume premevano per separarsi e costituire un comune autonomo (e oggi, in Vallesina, litighiamo ancora attorno a fusioni, accorpamenti e incorporazioni teoriche o tentate tali).  Certo, quello di allora era un clima alla Guareschi, con un paese contraddistinto da scontri epici alla Peppone e Don Camillo; un “mondo piccolo”, idealmente paradigmatico di tutta la realtà rurale italiana del dopoguerra. A distanza di anni, la tentazione di edulcorare quei frangenti, rivestendoli di un romanticismo artificiale, è forte e sempre dietro l’angolo. Ma far finta che quei momenti non venissero all’epoca vissuti per quello che erano, violenti contrasti e drammatiche difficoltà, liquidando il tutto come folcloristici scontri tra un curato inflessibile e il suo sparuto gruppetto di chiesastri da una parte e un gruppo di avvinazzati compagni di campagna dall’altra, non renderebbe giustizia ai fatti.

La vera riflessione, partendo proprio da questi spunti, dovrebbe invece riguardare con maggior onestà intellettuale quello che siamo diventati oggi.
Serra San Quirico, e tanti altri paesi come Serra, non vive in una fraterna armonia, ma sostenere che così fosse in passato è un evidente falso storico. Che gli abitanti dei numeri civici pari non vadano d’accordo con quelli che abitano nella stessa strada, ma ai numeri dispari, non è una degenerazione degli ultimi anni e non è certo una peculiarità di Serra San Quirico. Provate a chiedere.

Forse, il vero punto di rottura è rappresentato dal venir meno di quella generica bontà d’animo di fondo, che meglio veniva fuori nei momenti di necessità, quando gli acerrimi “nemici” comunque dimostravano reciproca stima e, per le cause di più alto livello, si ritrovavano a lottare fianco a fianco.
Una volta vi era la fiducia, anche nella miseria. Si viveva con l’intima convinzione che il domani (quantomeno quello delle future generazioni) sarebbe stato migliore.
Una volta non si era così indifferenti. Ci si sentiva parte di un tutto e ognuno giocava la sua pur piccola parte. Oggi, non solo la quasi totalità non si mette più in gioco, non solo la pista da ballo è rimasta semi-deserta, ma non ci sono neanche più quelli che storicamente stavano ai bordi giusto per criticare.
E’ l’inedia che dovremmo combattere, partendo ognuno dalle nostre piccole esistenze. E’ l’apatia sociale che dovremmo temere come il demonio.
E’ un’inversione di tendenza in questa apparente irreversibile abulia intellettuale che dovremmo auspicare, non la ricerca di una fratellanza bellissima da un punto di vista teorico, ma tanto più utopica quanto più forzata e imposta da sterili buonismi di facciata.

Ricordiamoci di quei tempi, senza alcuna mistificazione; quando settant’anni fa si era una vera comunità, con i suoi violenti e drammatici scontri, ma tutti maledettamente a bordo dello stesso galeone, in mezzo alla tempesta di un mare che, calmo, forse, non lo è stato mai.

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9 risposte a 70 anni fa, un Primo Maggio tra compagni (in campagna) e reliquie (in città).

  1. scanfesca ha detto:

    come sempre ci apri spiragli documentati e inediti sulla realtà del nostro passato. Grazie sempre da una che non é di serra ma che gode davvero di queste letture

  2. Manlio ha detto:

    Corro il rischio di ripetermi. Forse nessun paese ha tanti piccoli comitati e organizzazioni per le varie feste che si snodano durante l’anno, ma ognuno va per la sua strada, anzi no, ognuno è invidioso dei successi o insuccessi dell’altro. Quando poi le istituzioni che dovrebbero cercare di unire, si schierano a favore o contro qualche iniziativa… il clima di conflittualità è assicurato. Manlio, uno che frequenta spesso Serra e resta meravigliato di tanto….. disordine.

    • robertonegro ha detto:

      Carissimo Manlio, provo a condividere qualche mio pensiero con te sul tema…
      Secondo me, il fatto che a Serra San Quirico ci sia un numero spropositato di associazioni/organizzazioni/comitati sta diventando una leggenda metropolitana, utilizzata da qualcuno (ovviamente non da te) in modo strumentale per far passare intenzioni di ben altra natura, e accreditata solo dal fatto che tutti continuiamo a ripetercela. Ma questa cosa, credimi, oggi non ha alcun riscontro nella realtà. A Serra San Quirico, di forme associative attive che fanno qualcosa al di fuori della cerchia degli associati ce ne sono, per come la vedo io, pure poche, altroché.
      1) Pro Loco — Oggi organizza la Festa del Calcione. Teoricamente dovrebbe (vorrebbe) fare molto di più, ma al momento cerca di supportare, con alterne fortune, quello che gli altri già facevano prima dell’ennesima loro ripartenza/ricostituzione/rifondazione (come nel caso del Presepe, organizzato dalle Parrocchie).
      2) ATGTP — Si occupa di teatro/educazione, con modalità piuttosto mirate. Mette in piedi la Rassegna del Teatro e il Paese dei Balocchi.
      3) Comitato Biscotto di Mosto — Organizzava una Festa molto partecipata e dall’organizzazione piuttosto complessa, che aveva richiesto la costituzione di un Comitato ad hoc (come è nella natura dei Comitati). La festa non si fa più e amen.
      4) Parrocchie/Oratorio — Fanno le loro feste (Feste Patronali e il Presepe e qualcosina sparsa qua e là), e non vedo dove sia il problema.
      5) Juventus Club — Con il supporto della Sportiva Serrana, organizza fondamentalmente due eventi: un Memorial di Calcio e il Natale dei Piccoli, a scopo benefico.
      6) Comitati delle Frazioni — Come è logico che sia, a Domo (15km da Serra) si fanno da decenni la loro bella Festa Rurale e altrettanto dicasi di Castellaro, con il Coniglio in Porchetta.

      Per come la vedo io, la ricchezza è nella diversità. Siano benedette le associazioni, ognuna con le sue peculiarità. Perchè mai dovremmo rinunciare ad avere vari eventi, magari anche piccoli, con un sistema di coinvolgimento diffuso e distribuito durante tutto l’anno? Il dramma di Serra San Quirico nasce da due fattori: l’incipiente indifferenza da una parte, come ho già scritto, e quando le istituzioni non fanno le istituzioni e degenerano nell’arbitrio e nell’arroganza, come hai già scritto te.

  3. Luciano ha detto:

    Grazie Roberto per il tuo splendido articolo. E’ un modo molto simpatico e istruttivo per non far cadere Serra nell’oblio. Noi serrani “espatriati” te ne saremmo sempre molto grati e ….. non te la prendere e continua a rinforzare il tuo amore per Serra. I veri serrani te ne saranno sempre grati.
    Buona festa Della B.V.
    P.S. in questo mese alla mattina alle 7 si faceva il giro di serra con il Prete per benedire il paese e i campi fermandosi in diverse postazioni. Se mai venisse reintrodotto io cercherò di esserci.

    • robertonegro ha detto:

      Luciano, innanzitutto ti ringrazio per i complimenti, che, fondamentalmente, sono piuttosto immeritati. Come ho già avuto modo di dire in passato, non faccio nulla di trascendentale. Ma sai, si dice che quando il sole è al tramonto, le ombre dei nani sembrano quelle dei giganti. Io sono un “nano” e qui a Serra, purtroppo, il sole è ultimamente molto molto basso…
      Ti ringrazio però ancor di più per la condivision del tuo ricordo personale. Quelle benedizioni dei campi “fermandosi in diverse postazioni”, nella liturgia cattolica vanno sotto il nome di ROGAZIONI. Un tempo si facevano, ma già nel ’50 Don Armando si lamentava del fatto che vi partecipassero poche persone. Di cosa si trattava? Beh, di fatto erano processioni e preghiere propiziatorie che precedevano l’Ascensione ed erano finalizzate alla buona riuscita delle colture. Nel cammino, si recitavano le litanie dei santi, convergendo poi in punti prestabiliti del territorio della parrocchia, corrispondenti ai quattro punti cardinali. Lì avveniva la vera benedizione (in latino) utile ad allontanare grandine e tempeste, ad invocare le pioggia (se serviva) e così via…
      Un abbraccio,
      Roberto

  4. Anonimo ha detto:

    caro roberto non ho ancora avuto il piacere di conoscerti ma leggendo i tuoi articoli mi sembra di ritornare indietro nel tempo quando mia nonna mi raccontava con parole semplice quello che tu scrivi ……e in quanto alle discrepanze mia zia silvia carloni in ricci monarchica non parlava o molto poco con mianonna emma orazi in carloni perche’ sua marito era anarchico …..grazie per queste verita’ non si deve dimenticare

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